Oltre le gambe c'è di più

Femminismo-Realismo=0-1

Anni ‘70: la pubblicità come pornografia di contrabbando, la pubblicità come surrogato e insieme vaccino dalla sessualità-2

Riprenderei quanto abbandonato nell’ultimo articolo riportando il pensiero di Jean Baudrillard, il quale in “Per una critica della economia politica del segno” sostiene, riguardo la nudità proposta nella pubblicità, che:

“Questa nudità pretende di essere progressista, razionale: di ritrovare la “verità del corpo”, la sua ragione “naturale”, al di là degli abiti, dei tabù, della moda. Sin troppo razionalista, in realtà questa nudità passa accanto al corpo; la cui verità sessuale e simbolica non consiste certo nell’evidenza ingenua del nudo, ma nella messa a nudo, poichè quest’ultima è l’equivalente simbolico di una messa a morte, e pertanto il vero itinerario di un desiderio sempre ambivalente, amore e morte contemporaneamente”

Come si consuma l’atto sessuale pubblicitario?

La donna interpreta sempre il ruolo di preda, non gioca mai alla pari la partita sessuale. Le sue pose sono di rassegnata sottomissione, di completo abbandono al maschio.

Spiega tutto ciò una pubblicità di un deodorante, in cui “Mettila K.O!” urla al maschio il profumo di “quando l’uomo era uomo”, e lui è lì a togliersi uno slip o un jeans, magari anche fuori campo. Messo il tigre nel motore amoroso, avviato il congegno erotico, il dongiovanni consumista “lascia che succeda”. A lui è rivolta la schietta risata femminile, suo è uno dei suoi bicchieri sul tavolo, lui ha partecipato al gioco aperto in primo piano, lui ha mangiato la delikatessen la cui scarola è abbandonata sul divano assieme alla donna. La scena è molto evocativa. A volte la donna scompare, basta accennare visivamente alla sua scarpetta lasciata andare, a 2 bevande appena sorseggiate  sul tavolo. Lui, villoso ma profumato, può anche far finta di non saperlo, ma lei, sparsa le trecce morbide, non è una bambola qualsiasi: è un agente segreto al servizio di Sua Maestà Pubblicitaria.

La donna vuole davvero essere spregiudicata, libera e moderna? Ebbene, lo sia. La pubblicità offre alla donna la possibilità di attuare d’un colpo le tematiche dell’estremismo femminista e del saffismo. Sta entrando allora in scena “l’altra”, infatti si nota che il sorriso è rivolto ad un’altra donna, che si riflette in un secondo specchio. Una costruzione complessa, con 2 facce: quella percepibile immediatamente, fresca, onesta, aperta, quasi da moglie che sorride al marito nell’intimità della camera. Poi l’altra donna. In questi anni tali pubblicità sono all’ordine del giorno. Si tende a chiudere il cerchio: 2 fotomodelle si guardano compiaciute fra di loro, oppure una mett gli occhi su una possibile cliente-partner che sta al di là della pagina.

La crociata femminista che incita consumisticamente a riprendersi il proprio corpo investe e sfrutta anche l’area del narcisismo. Vediamo la donna fra specchi da camera e specchi d’acqua. Occasionalmente la si può vedere anche riflessa in una pentola lavata a dovere, ma allora siamo nel casereccio. Lo specchio, nelle pubblicità, può servire a mostrare in un solo colpo d’occhio il davanti e il didietro della donna-oggetto.

Nella pubblicità il sesso è riservato ai ricchi, non a caso l’erotismo entra in scena per reclamizzare indumenti firmati, mobili di prestigio, vacanze esotiche, liquori di marca, vetture di lusso, e non solo. Il tipo di donna reclamizzato è aderente al mercato a cui è destinato il giornale o il periodico che ospita il messaggio pubblicitario.

“Il più perfezionato elettrodomestico per la pubblicità resta naturalmente il corpo della donna”

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